Alla fine doveva succedere che iniziassi a narrarvi le mie avventure sentimentali. Nella rassegna stampa che vi proporrò, a puntate, saranno riportati anche gli incontri che hanno portato un dolce adolescente mediamente insignificante allo sfigato che vi scrive.
Primo: Come tutti quelli incontrati lo conobbi su una chat. Lui ventitreenne ed io diciassettenne. Studente di medicina (touché), alto più o meno quanto uno gnomo da giardino ma con gli occhi azzurri. Dopo una breve passeggiata e una lunga chiacchierata su cosa facessimo nella vita mi confessa di essere fidanzato con una ragazza romana con la quale, però, non aveva nessunissima intenzione di andarci a letto. La cosa mi lasciò abbastanza perplesso considerando che dopo un po’ mi fece delle avance, senza considerare che mi presentai a quell’incontro con lo spirito preposto a incontrare l’amore eterno. Dopo un po’ decidemmo di andare. Appena varcò l’ingresso della metro dal quale non si poteva più tornare indietro, gli dissi che mi sarei dovuto incontrare con un amico e mi dileguai con la velocità di un fulmine.
Secondo: Incontrai secondo alla fine del quinto anno. Lui ventiseienne laureando in ingegneria civile (touché) alto anche lui quanto un nano da giardino. Simpatico come pochi. Dopo dieci minuti non sapevo più di cosa parlare ed esclamai “Fa proprio caldo oggi” e lui come una piccola ballerina saccente mi fece notare che ero vestito di nero e che non potevo lamentarmi. Quando iniziò a cantare Cher, capii che era il momento di evadere da quell’auto ad ogni costo. Bye, Bye secondo. Peccato che lo incontri sempre al dipartimento d’idraulica. Tant’è.
Terzo: Incontrai terzo dopo pochi giorni dall’aver incontrato secondo. Terzo era alto più o meno un metro e una vigorsol e aveva la mia stessa età. A quel punto iniziai a pensare che era una prerogativa esser basso per un gay. Discussione piacevole, ma nulla. Quando iniziò a parlare di Madonna come una divinità in terra capii che era ora di salutare anche lui e di dedicarmi al cazzeggio.
Quarto: Quarto era il tipo con il quale si chatta per anni nonostante abiti ad una fermata di metro da voi, ci si scambiano i pareri su tutto, si ride si piange ma non si trova mai il coraggio di incontrarsi. Non ci scambiammo neanche i numeri, ci demmo appuntamento all’ingresso della metro. Lo riconobbi, lo vidi passare dinanzi a me e prendere l’ingresso della metro… *To be continued*
Per la prima volta nella mia vita guardando il fuoco ho avvertito un brivido correre lungo la schiena. Ero spaventato, ma inspiegabilmente lucido. Avevo in mente cosa fare, avevo delle priorità. Non mi sentivo impotente, anzi. La prontezza finalmente l’avevo. Avevo calcolato ogni rischio. Una probabile esplosione, esalazioni tossiche, i cavi elettrici, i tubi del gas e non la paura. Sono stato il primo ad arrivare, a stabilire delle priorità.
Guardare quelle fiamme più alte di me, il fumo nero e denso mi ha fatto capire che il fuoco è un elemento concretamente potente. Non me ne ero mai reso conto in tutti questi anni. Fin da quando ero piccolo, ero abituato alla sua presenza. Una presenza accomodante, gentile, domabile, mai vista come una fonte di pericolo. Mai fino ad oggi. Le fiamme avevano devastato tutto ciò che vi era intorno. E la mia preoccupazione era legata alla presenza di quei tubi a pochi centimetri. Credevo vi fosse un serbatoio di gas e la cosa mi portava a elaborare un piano in fretta. Chiudere l’infisso, se vi fosse stata una deflagrazione l’onda d’urto avrebbe avuto conseguenze pesanti, ma quelli erano tutti muri maestri. Applicavo ciò che per anni ci hanno insegnato.
Chiedere aiuto. Incomprensioni, urla. Tutto in pochi minuti. Pochi istanti, mentre il fuoco divampava e a poco a poco incorporava vasi, vestiti, plastica, un frigorifero con determinazione devastante si avvicinava alla mia preoccupazione. La scuoteva, voleva burlarsene. Si aspettava che perdessimo il controllo. Ma non è accaduto. Voleva ristabilire una gerarchia tra i due. Lui potente ed io incapace di agire. Sperava nella mia costante perdita di lucidità. Non è accaduto. Trovavo fastidiosa la presenza degli “altri”. Volevo che fosse solo una questione di famiglia, senza dover coinvolgere persone che a stento mi rivolgevano la parola e che erano lì solo perché incuriositi dal trambusto.
All’arrivo dei vigili del fuoco, ormai era tutto finito. Ci hanno fatto i complimenti per la lucidità e la prontezza d’azione. Ne sono stato orgoglioso. Mentre spegnevo le fiamme, avevo capito la dinamica dell’incendio, cosa le aveva provocate e di chi fosse la colpa. Non ho minimamente pensato di nascondere le prove di cercare di nasconderle, erano lì. I vigili avevano capito, ed io non potevo mentire. Non volevo. Ad ogni azione corrisponde una reazione. Fossi stato in loro avrei scritto “negligenza” sul rapporto, ma non ero uno di loro. Non lo ero.
Giorni strani questi. Vedo sgretolarsi una famiglia che non è mai esistita, ma che almeno cercava di salvare le apparenze. Odiavo il loro modo di fare, il loro dover apparire perfetti davanti agli occhi della gente, li trovavo ipocriti già da adolescente. Per un motivo arcano lo sono diventato anch’io, forse è vero che il tempo fa dimenticare le cose. Ora è diverso. Non si può più mentire soprattutto davanti ai propri occhi e quelli della gente. Cinque fratelli che farebbero di tutto per prevaricare sull’altro. C’è chi sull’altare si sbatte la mano sul petto e poi ha rubato ai fratelli una proprietà promettendogli di tornarla indietro quasi vent’anni fa, che ha portato una figlia a diventare anoressica e a farla parlare da sola; c’è chi ha affermato di non valere niente; c’è chi è il più realizzato, anche economicamente, che viene trattato come l’ultima ruota del carro; c’è chi si nasconde dietro l’essere donna per non prendere decisioni di alcun tipo e chi pur di non cacciare un euro farebbe morire qualcuno.
Sono loro, cinque persone comuni, moralmente inette che non riescono ad avere un punto di contatto se non nel mettere l’uno contro l’altro.
Ho deciso di non volere più avere contatti con loro. Nessuno di loro. E ho intenzione di cacciarli fuori, anche in malo modo, se qualcuno di loro dovesse permettersi di presentarsi in questa casa. Non sono uno di loro e non lo vorrò mai essere.
Oggi il mio professore di Trasporti Urbani e Metropolitani ci ha informati che la Federico II ha tagliato ulteriormente i fondi per i corsi. Sì è passati da 36mila euro dell’anno scorso a 6mila euro di quest’anno. In pratica la facoltà ha deciso di non distribuire più materiale didattico di prima necessità. Niente più fogli e niente più gesso. Riuscite a rendervi conto? I professori devono procurarsi da soli il gesso per la lezione. Bel modo per ridurre le spese. L’anno prossimo fitteranno le aule per girarci delle soap-opera? Vero, già fatto. Forse elimineranno anche le lavagne e ci toccherà scrivere sui muri? Tutto è possibile.
E pensare che Le Iene sono venute un anno fa in quanto si fumava nei corridoi, essendo l’unico grosso problema della facoltà. Vero, perché le aule senza controsoffittatura e con i tubi che perdono sono solo delle bazzecole, il fatto che non ci siano più aule è insignificante e che la mancanza di materiale didattico fondamentale è solo una moda dilagante del momento. Complimentoni.


Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.
Grafica realizzata da Knef.