Avete mai visto anche una sola puntata di Six Fett Under? Si tratta di una serie tv americana che narra le vicende di una famiglia di impresari funebri alla morte del capofamiglia. Ciò che più mi ha colpito è come venga trattato il tema della morte. Si muore per overdose, infarto, vecchiaia, per mano del boia, strozzati nonostante davanti a se si abbia un bicchiere d’acqua che purtroppo viene rovesciato sul tavolo, in un incidente d’auto e per altri svariati motivi. La morte fa parte della vita, ne segna una fine che, inesorabilmente, ci aspetta.
Non ho paura della morte. È un’affermazione pesante, me ne rendo conto, ma non ho paura perché credo che per la persona che si spegne non c’è rabbia, ma rassegnazione. L’unica cosa che può fare è accettare ciò che è successo. Il vero dolore è delle persone che restano. Sì, è per loro. Dovranno trovare la forza per riprendere a vivere, dovranno abituarsi all’assenza e al vuoto che sentono.
No, la morte non mi fa paura. Non ho paura di come potrei morire, accadrà e già mi basta. Quello che mi dispiace è di poter far soffrire anche una sola persona per la mia morte. A volte penso che alla mia morte vorrei essere solo, senza una famiglia o un compagno perché non vorrei mai provocare un dolore così grande alla persona che amo.
So come morirò, è inutile girarci intorno. Se verso i cinquant’anni voltandomi indietro dovessi vedere solo errori e sentire un grosso senso di insoddisfazione, prenderei l’auto e mi andrei a schiantare a tutta velocità contro un muro. Forse sarò anche un codardo, ma l’idea di invecchiare da solo mi impaurisce abbastanza.
I matrimoni omosessuali sono stai regolarizzati dapprima in Olanda dal 1 aprile del 2001, poi in Belgio nel 2003 e dal 2005 in Spagna e in Canada. In altri paesi, come: Francia, Spagna, Portogallo, Svizzera, Finlandia, Svezia, Norvegia e molti altri sono previste le unioni civili.
In Italia non esiste una legge che legalizzi i matrimoni omosessuali o le unioni civili, anche se con l’arrivo del nuovo governo non si fa altro che parlare di DICO (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi) con annesso conflitto tra parlamentari atei e religiosi.
L’Italia, come rilevato dalla Corte Costituzionale, rappresenta uno stato laico: ma non è così. Per ogni decisione o disegno di legge del quale si discute in parlamento, puntualmente ed inesorabilmente, ne consegue il parere, minuzioso e non richiesto, da parte della chiesa; eppure, a quanto mi risulta, nessuno politico italiano si è mai permesso di sindacalizzare o di esprimere pareri sul Conclave o sulle decisioni prese da una chiesa che non guarda al futuro e si chiude in un bigottismo medioevale.
Quello che i Dico dovrebbero disciplinare sarebbero delle unioni che non si basano sul matrimonio ma sull’unione di persone che convivono stabilmente, non si tratta di una legge rivolta esclusivamente agli omosessuali, anzi; è una legge complessa e di un certo spessore. Per dirla breve: non è che io domani mattina mi sveglio, incontro uno e gli dico “Sposiamoci”, vado in comune, firmo un certificato e se tiro le cuoia il bell’imbusto si becca tutto; per carità non è così. Bisogna avere alle spalle una convivenza stabile di nove (e dico NOVE) anni, e non è così facile. Nove anni di convivenza, due o tre di fidanzamento, alla fine si parla di più di undici anni con la stessa persona! (NdR: checché sene dica, dopo undici anni che sono fidanzato con la stessa persona non voglio dei diritti, ma una medaglia).
Ovviamente non posso che essere favorevole a una legge che regola un sentimento, un’unione, tra due persone anche dello stesso sesso.
La chiesa si è dimostrata fin dall’inizio contraria a questa legge (NdR da dire che si dimostra contraria anche all’elettricità e ai lubrificanti) dichiarando che si tratta di una legge contro la famiglia, contro gli uomini e contro natura, richiamando all’ordine i politici cattolici che in Italia abbondano fra i divorziati e conviventi. Infatti, proprio questi ultimi si sono schierati immediatamente e in blocco contro la legge e a difesa della Sacra Famiglia come richiesto dal clero. La cosa dovrebbe far pensare: perché sono sempre più i divorziati e conviventi a schierarsi dalla parte della chiesa e contro i Dico?
Recentemente a Roma si sono disputate due manifestazioni una a favore dei Dico e una contro (il famigerato Family Day). Per la precisione sabato scorso si è disputato il Family Day, manifestazione a difesa dei diritti della famiglia “canonica”, quella riconosciuta dalla chiesa con una cerimonia religiosa che dura intorno alle due ore (per intenderci). Tralasciando alcuni particolari, come che con i soldi dell’otto per mille si sia sponsorizzata tale manifestazione, non capisco perché le famiglie si sentano in pericolo. Eppure la legge non dice che le famiglie che si basano sul matrimonio siano meno “famiglia” di quella formata con i Dico e il viceversa… ah, no. I Dico non prevedono gli stesi diritti di un matrimonio ma solo una parte, quindi perché si lamentano?
I Dico sono un matrimonio non griffato in un’epoca di fashion victims, dove non conta chi sei ma cosa indossi.
Eppure non si chiede molto. Credo che una famiglia sia formata da due persone che si vogliono bene e che condividono un sentimento, o da un gruppo di amici che si vogliono bene senza al quale ci si sentirebbe terribilmente vuoti e soli.
Asile consegna la sua seconda prova al Grande Blogger.
Il 30 gennaio 2002 alle ore 8.00 del mattino veniva ritrovato in una villetta di Cogne (frazione Montroz) il corpicino di Samuele Lorenzi in fin di vita dalla madre, Annamaria Franzoni.
Nonostante siano passati più di cinque anni fra indagini, sopralluoghi, simulazioni, analisi della polizia scientifica, interrogatori, supposizioni e processi mediatici ancora non si è pervenuti all’identità dell’assassino; sembra quasi che il delitto di Cogne si stia trasformando nel delitto perfetto.
La polizia sostiene che nel lasso di tempo in cui Annamaria accompagnò il figlio maggiore allo scuolabus, nessuno abbia avuto il tempo materiale di entrare, scendere nella camera da letto, afferrare un’arma e colpire ripetutamente Samuele e riuscire senza lasciare alcuna traccia; per questo motivo le indagini si sono focalizzate maggiormente su Annamaria Franzoni anche perché alle 6.00 del mattino (dello stesso giorno) la stessa signora Franzoni chiamò la guardia medica per un suo presunto malore, ma il medico che andò nella villetta non poté altro che tornarsene in centrale senza risolvere molto dichiarando di aver trovato un “ambiente ostile e poco collaborativo”.
Da rilevare che il medico in questione non ha mai subito un interrogatorio da parte del giudice, e che le uniche informazioni trapelate arrivano via carta stampata.
C’è da tener presente che la scena del crimine sia stata completamente inquinata visto il numero di persone entrate in quella casa prima che fossero posti i sigilli.
In effetti, le cose non quadrano per nulla.
Ipotizziamo che ad uccidere Samuele non sia stata
In effetti, spesso e volentieri si è scaduti in un voler a tutti i costi parlare del delitto e non per il diritto all’informazione, ma per una vergognosa sete di ascolti.
La cosa che più mi fa rabbrividire è un promo fatto da Vespa poco tempo prima della sentenza in appello. Lui in primo quadro con un mestolo in una mano ed uno scarpone nell’altra “Mestolo o scarpone? Lo scopriremo stasera su Porta a Porta”. Davvero una cosa orribile senza dignità e senza uno straccio di pudore.
In fin dei conti tutto quello che si vuole, in primis i Lorenzi, è che si sappia dell’identità dell’assassino, che si sappia con certezza se sia stato ucciso o sia stata un aneurisma celebrale, che si venga a conoscenza se Annamaria è colpevole o innocente; del resto, dell’opinione di Vespa, della Parietti e degli assidui frequentatori del salotto televisivo, il sottoscritto, e credo anche qualcun altro, ne farebbe volentieri a meno.
Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.
Grafica realizzata da Knef.