"Lo guardavo. Era lì. Immobile. Fermo. Sembrava stesse dormendo. Invece il suo corpo si raffreddava con il passare dei minuti. Era morto. Forse lo era da prima. Erano anni che non si concedeva nulla. Viveva per morire. No, non sono pazzo. Forse lo sono per quel giudice che mi ha costretto a venire qui con la storia dell’infermità mentale, per la figlia dei fiori seduta vicino alla porta che ci giudica, ma non sono pazzo. Lui era già morto quando arrivai a casa. Era morto da dieci anni, perlomeno. Sì, morto. Era morto dentro. Non aveva più lo sguardo di una volta. Era spento. In fin de conti non credo che la morte l’abbia sorpreso. L’aspettava. O comunque era lei ad aspettare lui. Come del resto fa un po’ con tutti. Gli ho fatto un favore. Sì, gli ho fatto un favore. Che senso aveva vivere così. Non aveva sogni, interessi, fantasie. Eppure era diverso quando lo conobbi. Era così disarmante. Qualsiasi cosa iniziasse la portava a buon fine. Era così vitale, così forte e di buon umore. Abbiamo girato mezzo mondo. Siamo stati su quella spiaggia ai tropici. Non era così triste come in quella foto. Ultimamente era sempre triste. Pensava alla vecchiaia. Quale vecchiaia? La nostra? La sua? Eppure non avevamo problemi di nessun tipo. Non avevamo mai voluto figli, o forse non ci abbiamo mai creduto. In ogni caso non li abbiamo. Nessuno piangerà sulla sua tomba. Lo sa bene. Ho già pianto troppe volte quando è morto dentro. Ora non posso più piangere. Anzi, sono felice. È inutile che lei, seduto di canto al residuo post bellico, faccia smorfie di disprezzo. Crede che sia stato facile svegliarsi per dieci anni ed avere una persona morta al proprio fianco? Una persona con la quale non riuscire ad avere una conversazione? Crede sia facile? Non lo è. Gli ho fatto un favore. Non ha sofferto. È stato così semplice. Sono bastati una decina di noccioli di pesca, pestarli e ricavarne una poltiglia velenosa. L’ho mischiata al succo. Dopo poche ore ha smesso di morire vivendo. Non l’ho ucciso io! Non sono stato io! Non sono pazzo! È stato lui a volerlo! Lui e i suoi silenzi. Non ha avuto neanche le palle per lasciarmi nonostante i tradimenti. Non si sarebbe mai ucciso da solo. Codardo. Aspettava me. Ci dovevo pensare io. Come al solito. Per ogni cosa c’ero io. Io badavo gli affari, alla casa, alle bollette. In venticinque anni di convivenza non ha mai pagato le bollette. Era troppo fastidio per lui. Così l’ho ucciso. Non per le bollette, ma per la sua morte interiore. Le persone in coma erano più vitali di lui. Loro hanno delle contrazioni muscolari involontarie. Lui non aveva neanche quelle. Passava le giornate a leggere. Si chiudeva nello studio e leggeva. Era insopportabile. Ma l’amavo. O, perlomeno, il ricordo della persona che avevo conosciuto. Come si fa ad uccidere la persona che si ama? Semplice, non l’ho ucciso. Ha fatto tutto lui. Non sono stato io! Era lui con i suoi silenzi ad uccidersi. E l’ha fatto. L’ho solo aiutato a liberarsi del cadavere che si portava in giro. Dovreste dispensarmi da queste sedute. Informate il giudice. Non sono pazzo come quello di prima che ha fatto a pezzi la propria moglie seppellendola in giardino. Io gli ho fatto un favore. Sì, un favore. E voi non lo capite."
Asile consegna la sua prova a Stellerubate.
Il post che avete appena letto partecipa al reality-game-blog Quorum!
Ogni riferimento a fatti o persone è puramente casuale.
Grafica realizzata da Knef.